Montagne, boschi ricchi di flora e di
fauna, ridenti colline, valli e pianure
che si aprono sul mare africano:
Sambuca di Sicilia, nel cuore delle terre
Sicane, è un concentrato di bellezza e armonia.
Dal sito archeologico di monte Adranone, la
città greco-punica a circa mille metri di
altitudine a nord-est del borgo, si gode uno dei
panorami più vasti della Sicilia. Lo sguardo
spazia dal monte Genuardo (dall’arabo Jannat
al-ard ovvero “giardino” o “paradiso della
terra”) alla macchia verde di Adragna per
allungarsi nella valle dei Mulini e nella
pianura, interrotta all’orizzonte dalla linea


uniforme delle montagne che lasciano solo un
varco verso il mare, la gola della Tardara. In
questi luoghi, la storia s’intreccia con il mito,
gli dei indigeni con quelli stranieri, i riti
pagani con quelli cristiani. Qui, come in una
girandola, si alternarono Sicani, Greci, Punici e
Romani e spesso si confusero. Ora solo il vento
sibila tra le palme nane e le ferule e sembra il
respiro della città sepolta. I betili, le pietre
credute dimore degli dei, sono lì mozzate dal
tempo a ricordarci culti arcani. Dell’abitato
rimane la pura geometria dei muri crollati,
tegole, giare sbreccate, scale che portano in
nessun luogo e, sul pianoro, a est del muro di
fortificazione, il grande rettangolo della
fattoria, dove un tempo ferveva la vita. Qui,
non stride più il torchio, né i colatoi versano il
prezioso olio nei vasi interrati. Vuoti sono i
pithoi. Lo scalpellino ha smesso da secoli di
incidere i capitelli per abbellire i templi, i vasai
non plasmano più l’argilla, e le porte carraie,
aperte, aspettano derrate che non arriveranno
mai. Solo le tombe sono intatte, purificate dal
tempo e scoperchiate come dopo il Giudizio
Universale.
La gente di Adranone viene incontro al
visitatore al Museo Archeologico di palazzo
Panitteri. Attraverso i reperti se ne può
ricostruire la vita, le fogge del tempo, i culti, i
giochi, le guerre, perfino la distruzione della
città a opera dei Romani – e il silenzio.
Tracce preistoriche sono presenti a sud del
borgo, nel complesso rupestre dell’ex feudo di
San Giovanni di Rodi, una volta appartenente
ai Cavalieri di Malta. I simboli incisi sulle pareti
delle grotte, a distanza di secoli, raccontano lo
stupore dell’uomo primitivo davanti al mistero
della vita e la caparbietà con cui egli si
accingeva a piegare la durezza della natura. A
poca distanza, si trova uno dei luoghi più
selvaggi del territorio: la gola della Tardara.
Dalla diga del lago Arancio è possibile vederla,
o meglio subirla. La montagna, come tagliata
da una mano capricciosa, segue un percorso
tortuoso a ghirigori. La ferita si addentra nel
corpo della terra, profonda, sinuosa come un
serpente, tra pareti di rocce scabre che si
sfiorano come le quinte di un teatro. Soltanto i
fiori dell’alastro l’illuminano. Lo sguardo si
smarrisce nel rigagnolo cieco che scorre giù in
fondo alla gola per levarsi, in preda alla
vertigine, a cercare la luce sulle rive del lago,
là dove il paesaggio si apre nella pianura, si
14 Borghi di Sicilia

Il borgo e palazzo Panitteri
Nelle pagine precedenti Il Lago Arancio
Abstract tratto da Fabrizio Messina, Emilio Messina – Borghi di Sicilia – Tutti i diritti riservati – © Dario Flaccovio editore
colora di verde, un verde di smalto, rigoglioso,
di tutte le gradazioni, e prende respiro. Qui, il
vigneto è protagonista e dimostra che ha
trovato il suo habitat. Vitigni internazionali,
Cabernet-Sauvignon, Syrah, Merlot,
Chardonnay, ormai coltivati diffusamente, si
alternano a quelli autoctoni, Inzolia,
Catarratto, Nero d’Avola, Grillo. I vini prodotti
sono di altissima qualità e hanno i profumi di
una terra solare, mitica e incontaminata.
Una gigantesca arpa – simbolo della città – vi
accoglie a Sambuca, a dirvi che qui ogni luogo
ha un suono, ogni pietra una voce. Pare infatti che il nome del borgo derivi dal greco
sambyké
, strumento musicale ricavato dai rami
del sambuco, alla cui forma rimanda la
topografia del paese.